Fecondazione assistita: la musica può favorire il concepimento?

L’Institut Marquès di Barcellona sta conducendo una ricerca sperimentale su quali potrebbero essere i benefici dell’utilizzo della musica nei trattamenti di fecondazione assistita e di stimolazione fetale.

Conservazione cordone ombelicale - GuidaDi: Redazione

Institut Marquès ha iniziato uno studio clinico, che coinvolgerà un campione di oltre di 900 donne, con lo scopo di comprendere se le vibrazioni musicali possono aumentare le probabilità di concepimento, diminuendo quelle di aborto.

L’istituto spagnolo ha già mostrato come la musica possa accrescere di circa il 5% le probabilità di successo dei trattamenti di fecondazione assistita, incrementando allo stesso modo la qualità embrionaria. Da quando è stata fatta questa scoperta, tutte le incubatrici della struttura, dove crescono gli embrioni, sono state dotate di un impianto musicale.

La ricerca appena partita si pone due obiettivi principali. Da una parte, intende capire se l’effetto positivo delle vibrazioni musicali sull’embrione si interrompe o meno dentro l’utero materno, dall’altra si propone di indagare se esistono influenze positive di esse sulla stimolazione dell’endometrio.

La ricerca si concentra in particolar modo sul lasso di tempo che va dal trasferimento dell’embrione fino all’ottava settimana di gestazione. Le donne incinte sono state divise in due diversi gruppi: le future mamme che usano un dispositivo vaginale musicale e quelle che invece non lo utilizzzano. Il dispositivo consiste in un altoparlante di piccole dimensioni molto semplice da utilizzare, che deve essere inserito come un assorbente interno e si collega alla musica attraverso lo smartphone. Arriva a emette al massimo 58 Decibel.

Dopo il transfer embrionario, le donne del campione devono usare il disposito tutti i giorni (20 minuti al mattino e 20 la sera) fino al giorno del test di gravidanza e riempire un questionario che ha lo scopo di verificare se l’uso dell’altoparlante può aiutare le donne a gestire l’ansia relativa all’esito del test.

Fonte: “Corriere della Sera”

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